Riflessioni su rabbia e senso di colpa

Se siamo veramente arrabbiati, vorremmo avere a disposizione un modo assai potente per esprimerci con pienezza.

Il primo passo, decisamente controintuitivo per esprimere la rabbia con
pienezza, è quello di sollevare l’altra persona da qualunque
responsabilità per la nostra rabbia perché altrimenti tale modo di
pensare ci porta ad esprimere la nostra rabbia in modo superficiale,
incolpando o punendo l’altra persona, mentre sappiamo che il
comportamento altrui può essere uno stimolo per i nostri sentimenti, ma non
può esserne la causa. Invece noi continuiamo a confondere lo stimolo e la
causa.
Abbiamo interiorizzato l’abitudine al pensiero giudicante. Questo stile di
pensiero ci induce alla ricerca delle colpe e dei torti, al fine di punirli,
anziché a portare attenzione ai sentimenti e ai bisogni, al fine di
soddisfarli. Ogni volta che attiviamo il nostro tribunale interiore,
produciamo danni a noi stessi e agli altri.

La vera causa della rabbia è sempre interna, nel nostro modo di
pensare. La vera causa è il pensiero giudicante che, nella nostra cultura
violenta, apprendiamo sin da bambini. Rabbia e giudizio si tengono insieme:
non c’é l’uno senza l’altra.
Potremo dunque liberarci dalla rabbia solo cambiando il nostro modo di
pensare da giudicante ad empatico. Allora soltanto recupereremo
l’intelligenza e l’energia necessarie a soddisfare i nostri bisogni in modo
reale.

La rabbia ha una funzione molto preziosa: avvisarci che un nostro
bisogno viene sacrificato. Qui la sua funzione inizia e finisce. Poi è
compito dell’io-governo agire per la soddisfazione del bisogno.
La rabbia è efficace se dura molto poco, e non compiamo nessuna azione
mentre siamo in quello stato.
Il problema è che la rabbia attiva il pensiero giudicante, cioè un tipo di
pensiero che è del tutto inidoneo a soddisfare i nostri bisogni.
Quando la nostra testa è piena di giudizi poche persone saranno interessate
a soddisfare i nostri bisogni.

SENSO DI COLPA

Il senso di colpa è uno dei più efficaci mezzi,
storicamente utilizzati dal potere,
per controllare e manipolare le persone,
rendendole deboli e succubi
(Spinoza).

In una cultura intrisa di potere, è normale interiorizzare l’abitudine al
pensiero giudicante. Questo stile di pensiero ci induce alla ricerca delle
colpe e dei torti, al fine di punirli, anziché a portare attenzione ai
sentimenti e ai bisogni, al fine di soddisfarli. Ogni volta che attiviamo il
nostro tribunale interiore, produciamo danni a noi stessi e agli altri.

Il passo dal tribunale al carcere interiore è sempre molto breve. Cattivo viene
da captivus, prigioniero. Il carcere incattivisce, e porta a comportarsi in modo
da essere nuovamente esposti al giudizio. Così, il potere che vuole
assoggettare le persone, non ha che da instillare in loro il pensiero
giudicante. Il pensiero giudicante è la causa circolare dei mali che pretende
(finge) di guarire.
Il senso di colpa fiorisce in una cultura in cui il senso della morte prevale su
quello della vita.
Come radicale nevrotico, il senso di colpa spacca la personalità in due
parti in perenne conflitto: una succube e depressa, che vi aderisce per
paura e per appartenere, e una, ribelle e narcisista, che lo rifiuta con rabbia
per difendere la propria identità e autonomia.

Perduta l’integrità, separatasi dalla propria anima e dalla propria
coscienza, la persona è pronta a dipendere da qualunque autorità che
prometta di perseguire il suo bene (Angela Volpini).

Fonte: Mauro Scardovelli
(Le parti di questo testo scritte in nero sono tratte da Marshall Rosenberg,
Le parole sono finestre)